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Magnifici fallimenti e come valorizzarli: l’arte di fallire

Fallire nella vita è bellissimo.

I miei fallimenti sono la cosa di cui vado più fiera nella mia vita. 

Ho fallito nel diventare una ballerina da piccola (si, sembravo l’ippopotamo di Fantasia), non sono entrata in Ferrari da più grande, e non sono ancora riuscita a lanciare una startup (siamo al fallimento numero 3, ma resto fiduciosa). 

Perché mi piace fallire?

Perché il fallimento è come il caffè del tiramisù: freddo, amaro, forte e pure rinforzato di rhum.

E noi siamo i savoiardi: dei biscottini tosti ma friabili, zuccherosi carichi di buone speranze che di punto in bianco affogano in un mare nero per uscirne mollicci e impregnati di quella sensazione di caffè-fallimento.

E poi ci adagiamo su una teglia bianca, ancora più fredda, su cui quelle tracce di caffè saranno ancora più evidenti, sia a noi che agli altri. 

Ma è qui che avviene il miracolo: arriva la crema. La crema al mascarpone che ci avvolge, ci sommerge e ci entra dentro, facendoci diventare – dopo il giusto riposo – un connubio perfetto di bontà e forza. 

La crema sono tutte le cose che facciamo e le persone che incontriamo durante e dopo un fallimento. In quel momento, così indifesi, siamo anche estremamente ricettivi e sensibili a tutto ciò che accade intorno: è questa la meraviglia dei fallimenti.

La cultura del fallimento

Essere i migliori ed avere successo è parte della nostra cultura, un bias radicato nella nostra mente fin da quando eravamo piccoli: dovevamo essere i più bravi a scuola, aspirare ad avere buoni voti. 

In quali materie? Tutte, che domande. 

Magari tra i nostri compagni si celava un piccolo Beethowen o un giovane Monet in erba, ma non lo sapremo mai.

Che dire poi del lanciarsi in nuove iniziative?

Siamo tra i popoli più aggrappati alla certezza e alla sicurezza del mondo (il caro posto fisso!). Quelli che prima ancora di iniziare a pensare di lanciarsi in una nuova attività/avventura hanno trovato in tre minuti 10 motivi per cui potrebbe fallire. E quindi diventa inutile provarci. 

In realtà non siamo soli: i Giapponesi sono ancor più ortodossi di noi e la cultura della realizzazione è una vera e propria piaga sociale. Il fenomeno della riprova sociale è estremamente sentito: il mancato raggiungimento del successo sul lavoro, insieme all’eccessivo lavoro, porta ogni anno migliaia di persone a togliersi la vita. 

Questo che potremmo definire “problema” ha però anche qui radici culturali profonde: nell’antichità i samurai sconfitti si infliggevano la morte per bilanciare il proprio disonore. 

The Americans

Il lato opposto della medaglia sono invece gli Statunitensi: un popolo in cui il fallimento è visto come un passaggio necessario, che separa chi si dà da fare da chi è poco audace per provarci.

“Solo chi non agisce commette mai errori”

Theodor Roosevelt

In questo senso l’essere una società “giovane” aiuta gli Stati Uniti: hanno solo cinquecento anni, privi di antichi e gloriosi retaggi culturali, colonizzati loro malgrado da navigatori che sfidavano settimane di mare per inseguire il sogno di una terra promessa.

A costo di non arrivare, di non tornare.
Di fallire.

Il desiderio o la necessità di tentare la fortuna per approdare nel nuovo mondo ha forse fatto una selezione naturale che ha prediletto l’audacia. Analogamente per gli emigranti all’inizio del secolo scorso: dovevano inventarsi di tutto per sopravvivere e prevalere in un paese ostile, dove non c’erano certezze. 

Questa indole consente agli americani di vedere l’audacia come un punto di forza, accettando il fallimento come un passaggio superabile, anzichè demonizzarlo.

Non stupisce quindi che si il paese con la tecnologia e innovazione più avanzate. 

Fallimento e innovazione sono gemelli inseparabili”

Jeff Bezos

Superata la tragedia di fallire

Dobbiamo imparare dagli americani: accettare il fallimento. Come il savoiardo del tiramisù, dobbiamo resistere alla doccia fredda di caffè, e rendere questa occasione un’opportunità per capire cosa non ha funzionato. Cosa possiamo e dobbiamo migliorare, anche facendo un passo indietro.

Certo, sarebbe più comodo imparare dagli errori degli altri, ma le esperienze sulla propria pelle sono sempre stranamente più efficaci. 

Non riuscire non vuol dire non essere in grado: vuol dire non aver trovato il modo giusto, magari il modo giusto per noi. Dobbiamo essere abbastanza forti da capire che se una nostra idea fallisce non siamo dei “falliti”

Non dovremmo vivere con la necessità del successo, dell’essere i migliori. Ma con la consapevolezza di aver fatto il nostro meglio e di averci provato con tutte le nostre forze per raggiungere il risultato.

No, non “indipendentemente dal risultato”, ma consapevoli del risultato. 

Avremmo forse una società con meno ansie, con persone più soddisfatte di quello che hanno. Dei bambini, futuri grandi, che non crescano con il mantra dell’andar bene a scuola, per poi intraprendere la strada lavorativa che la società reputa migliore. Ma che crescano con la voglia di scoprire qual è la loro strada, senza paura di fallire.

Io non ho fallito duemila volte nel fare una lampadina.
Ho semplicemente trovato millenovecento-novantanove modi in cui non va fatta una lampadina”

Thomas Edison

Perchè i fallimenti, guai limitarsi a superarli: vanno assimilati e portati sempre con noi.

La licenza di fallire ci rende meno ambiziosi?

La capacità di accettare i propri fallimenti potrebbe sfociare in un un effetto contrario: giustificarsi troppo con se stessi

Potrebbe quindi portare ad avere un’ambizione in qualche modo più limitata?

Mi spiego: non avere il terrore di fallire potrebbe portare a non dare tutti noi stessi in quello che facciamo, tranquilli del fatto che da un fallimento ci si può riprendere?. 

Se guardassimo solo i vari e rari Larry Page e Sergey Brin diremmo di no: dovremmo però chiederlo a tutti quelli che, nonostante molti tentativi, non hanno sbarcato il lunario.

Certo è che, diventati coscienti che si può fallire ed essere felici, non dovremmo però farlo diventare un pretesto per rendere la nostra vita una tela di Penelope.  

Alla fine, questo tiramisù, lo dobbiamo mangiare!

Perché fallire è come un tiramisù?

Se vuoi osservare dei fallimenti davvero magnifici ti consiglio il libro fotografico di Oliviero ToscaniMagnifici Fallimenti“.

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Marta Cavaliere

Ingegnere fuori e inseguitrice di farfalle dentro, appassionata di crescita personale, fotografia e viaggi. Credo nell'importanza di conoscere la finanza personale per diventare responsabili del nostro futuro, e nel miglioramento continuo sia personale che professionale. Instancabile procrastinatrice, mi occupo delle sezioni Crescita e Risparmio del blog guidaglinvestimenti.it

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Elena

    Marta, grazie per questo articolo. Motivante e illuminante.

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