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Qual è la previsione sul futuro di Bitcoin secondo Fidelity?

Un paper di Jurrien Timmer (Director of Global Macro Fidelity Global Asset Allocation) pubblicato, appunto, da Fidelity stessa, viene fatta un’attenta analisi e viene mostrata una previsione dell’autore su un possibile scenario riguardante il futuro di Bitcoin.

Per chi non lo sapesse Fidelity Investments Inc. è una multinazionale statunitense di servizi finanziari fondata nel 1946. Si tratta del quarto più grande gestore di fondi comuni e di fondi pensione del mondo.

Credo che a questo punto possa essere interessante analizzarlo dal momento che riassume molti punti di discussione su questo asset.

Prima di andare avanti voglio ricordare una cosa.

Il futuro di Bitcoin è ampiamente dibattutto. Molti sono gli investitori che si sono esposti a tal proposito e i pareri discordanti non mancano.

Questo paper va visto come un punto di vista che può aiutarci a capire cosa significa Bitcoin e cosa può significa un investimento su questo asset.

Fatto ciò sarebbe cosa buona e giusta andare a vedere le ragioni dei detrattori e farsi un’idea propria.

Ritornando al paper.

Si tratta di un documento molto completo e di facile lettura, all’interno di questo articolo troverete direttamente le conclusioni.

Quindi se avete voglia di approfondire vi consiglio di non continuare e di andare a leggere direttamente il paper. Se invece vi interessa direttamente il punto princpale allora continuate la lettura.

Una previsione su Bitcoin

Bitcoin è diventato mainstream, ormai considerato un asset class vero e proprio da sempre più investitori.

Penso che il bitcoin abbia sia una dinamica dell’offerta convincente (S2F) che una dinamica della domanda (legge di Metcalfe).

Stiamo parlando di 2 tra i principali modelli che vengono usati per la previsione del futuro prezzo di Bitcoin.

Con quasi 900 miliardi di dollari il Bitcoin è ancora solo una frazione del valore globale totale dell’oro di circa 11 trilioni di dollari, per non parlare delle attività finanziarie globali totali di 160 trilioni di dollari (Il paper risale a Febbraio 2021, ad Agosto 2021 la capitalizzazione è arrivata a 2.1 trilioni di dollari).

Con i tassi di interesse vicini allo zero, o negativi, e le banche centrali che stampano denaro come se non ci fosse un domani, c’è da meravigliarsi se il bitcoin sembra avere il suo tempo?

La storia della svalutazione monetaria globale ha un nuovo protagonista, oltre a un nuovo catalizzatore. Stiamo parlando dello stimolo da parte delle banche centrali causato dalla crisi imposta dal COVID.

L’enigma del Giappone è un’importante controargomentazione da considerare quando si utilizza la svalutazione monetaria per sostenere il possesso dell’oro o delle risorse digitali (o di entrambe).

Cosa dice il caso Giappone?

La Bank of Japan (BoJ) è andata molto oltre la Federal Reserve statunitense, con il bilancio della BoJ al 128% del PIL (la Fed è solo al 36%). Dal 2008, il rapporto debito/PIL del Giappone è aumentato di circa 100 punti percentuali, il tutto monetizzato dalla sua banca centrale,
tuttavia il suo tasso di inflazione annualizzato quinquennale non si è mosso e lo yen non è crollato.

Ritornando al futuro di Bitcoin

Ad ogni modo, il bitcoin sta guadagnando credibilità e, come analogo digitale dell’oro ma con maggiore convessità, l’ipotesi dell’autore è che il bitcoin, nel tempo, prenderà più quote di mercato dall’oro.

Prima dei giorni della moneta fiat (la moneta classica per intenderci), quando il prezzo dell’oro era per lo più fisso, l’oro era denaro e poco più (esclusi gioielli, medicine, elettronica e altri usi commerciali).

Senza la capacità di capitalizzare, l’oro non aveva alcuna possibilità contro le azioni se non durante i periodi di alta inflazione o, soprattutto, di iperinflazione. Ma questo è cambiato negli anni ’70, quando il prezzo dell’oro poteva fluttuare liberamente e riflettere le condizioni monetarie in tutto il mondo.

Ma cosa è successo all’oro?

L’oro è stato usato come moneta molto prima che il re Creso lo coniasse e l’oro è stato la spina dorsale del commercio globale per millenni.

Gli Stati Uniti sono stati dentro e fuori il gold standard sin dalla sua fondazione: l’oro era denaro fino al 1944, poi è diventato il bene di riserva che sostiene la moneta.

Ma dal 1971, dopo che l’allora presidente Richard Nixon abbandonò gli accordi di Bretton Woods, e con essi anche la pretesa di un gold standard abbiamo vissuto in un’era di “moneta fiat”, con le riserve auree che costituiscono sempre meno il sistema monetario mondiale.

Nel 1970, il rapporto tra le attività di riserva globale (denaro) e l’oro di riserva si è attestato a circa 2 a 1; attualmente, il il rapporto è più simile a 10 a 1.

Quindi, in questa era fiat abbiamo meno oro a sostegno del sistema monetario in un momento in cui il denaro viene stampato a una velocità mozzafiato. Per alcuni, questo ha reso l’oro più attraente come asset class, e ultimamente bitcoin si è unito alla conversazione come, potenzialmente, una forma di oro digitale.

Il paradigma del portafoglio 60/40

Mentre ai vecchi tempi le obbligazioni battevano l’oro 2 a 1, dal 1970, l’oro e le obbligazioni sono stati testa a testa in termini di rendimenti.

Futuro di Bitcoin - Migliori Asset in diversi periodi della storia
Futuro di Bitcoin – Migliori Asset in diversi periodi della storia

Il che porta al paradigma 60/40 sul futuro di Bitcoin.

Se l’oro è ora competitivo con le obbligazioni e i rendimenti obbligazionari sono vicini allo zero (o negativi), potrebbe avere senso sostituire parte dell’esposizione in obbligazioni di un portafoglio con oro e attività che si comportano come l’oro?

Molti lo hanno già fatto, tramite Titoli del Tesoro protetti dall’inflazione, prestiti bancari a bassa durata o materie prime, e il costo opportunità di un tale cambiamento è diminuito sempre di più.

Se il bitcoin è una legittima riserva di valore, è più scarso dell’oro e si completa con una dinamica della domanda potenzialmente esponenziale, allora vale la pena considerare l’inclusione in un portafoglio (a un livello prudente e almeno accanto ad altre alternative, come immobili, materie prime e alcuni titoli indicizzati)?

Nonostante i molti rischi discussi, inclusi fattori come volatilità, concorrenti e intervento politico, per alcuni la risposta potrebbe essere “sì”, almeno nella misura in cui quel “sì” si applica solo ai componenti sul lato 40 di 60/40. Cioè il 40% obbligazionario.

Per quegli investitori, la questione del bitcoin potrebbe non essere più “se” ma “quanto?”

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Francesco Barba

Ingegnere e sommelier, fiero sorrentino appassionato di finanza personale e ottime bottiglie. Scrivo di finanza personale e risparmio sul blog di cui sono co-founder guidaglinvestimenti.it

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