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YOLO: l’elegante versione di “si vive una volta sola”

Qualche settimana fa sono inciampata in un articolo del New York Times che dava un nome alla sensazione che vivo da un anno a questa parte, e che credo riguardi molti di noi (incluso/a te che stai leggendo adesso): lo YOLO, you only live once, per gli amici “si vive una volta sola”. 

Sicuramente quest’acronimo non è la scoperta dell’acqua calda: quante volte sgarrando con il cibo o spendendo i più del previsto per qualcosa che ci piace ce lo siamo detti:

ma si, si vive una volta sola“. 

cit. Io quando faccio qualcosa che non dovrei fare

Lo abbiamo pensato centinaia di volte davanti a svariati eventi sporadici.

Credo, però, che il covid lo abbia fatto diventare un pensiero costante, cambiando in maniera importante il peso di questa frase e accentuandone l’accezione negativa:

io vivrò solo questa vita, possibile che debba passarla 

  • non godendomi la crescita dei miei figli se non dalle cinque del pomeriggio, o la vicinanza con i miei genitori
  • facendo un lavoro che non mi appartiene e non mi fa sentire realizzato
  • lavorando dieci ore al giorno per qualcosa di non mio
  • non coltivando appieno le mie passioni
  • vivendo un anno intero per arrivare a due settimane di ferie?

Spero davvero che abbiate una vita appagante e che non vi siete mai posti neanche una di queste domande. In caso contrario, non siete soli! Vediamo allora che effetto sta avendo dall’altra parte del mondo il YOLO. Ben sapendo che le “correnti” che nascono negli Stati Uniti, con un po’ di ritardo, spesso arrivano anche qui. Tranne alcuni casi (come il movimento F.I.R.E.)

Il rapper Drake e la YOLO economy

La nascita di questo acronimo anglosassone sembra si debba a un rapper canadese che l’ha coniato una decina di anni fa, salvo tornare fortemente in voga in un momento particolare come questo pandemico. 

Negli Stati Uniti YOLO è diventato un movimento che sta influenzando la vita degli americani iniziando ad avere i riflessi anche sull’economia.

Si parla infatti di YOLO economy: i desideri personali stanno avendo la meglio sulle convenzioni culturali “studia-trova un buon lavoro-lavora sodo-guadagna-riposati alla vecchiaia“. 

Con il covid ci si è accorti che la nostra vecchiaia potrebbe non arrivare mai, e pensieri che di solito tendiamo a scacciare – come la percezione dell’invecchiare dei nostri genitori o del crescere dei figli – sono diventati molto più reali.

Questo sta spingendo molte persone a lasciare il lavoro per cui hanno studiato e “tornare alle origini”: accontentarsi di un lavoro dai guadagni anche più modesti ma che consenta di avere orari ragionevoli, esser vicini alla propria famiglia. Fare il “lavoro dei propri sogni”, anche rischiando. Godersi l’ “adesso”.

Il COVID ha avuto un rilievo, ma ancor di più le sue conseguenze

Questo interessante report di Microsoft , fatto su più di 30000 lavoratori in tutto il mondo, ha fornito un dato interessante sulle conseguenze del periodo pandemico: il 41% degli intervistati mira a cambiare lavoro nel 2021. Questo dato sale addirittura al 50% per chi lavora in ambiti tecnici.

Questo desiderio è spinto da diversi fattori:

  • YOLO: il tempo che passato al lavoro ha assunto più importanza, e per il proprio benessere si preferisce scegliere un lavoro diverso, più vicino ai propri desideri o ai propri affetti
  • Il paradigma del lavoro in cambiamento: più che ai fringe benefit si tende a preferire un lavoro con orari flessibili e con l’opportunità di lavorare da remoto
  • Il desiderio (mosso dalla paura) di fare “quello per cui siamo nati“, cercando di esaudire i nostri sogni adesso anche mettendo a rischio le sicurezze

“La gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata.

Allora, li, è felice. Il resto del tempo, è tempo che passa ad aspettare o a ricordare.”

Alessandro Baricco

E in Italia?

La tendenza è simile ma meno accentuata: una persona su tre (33%) mira a cambiare lavoro entro l’anno. 

L’effetto più contenuto è dovuto 3 grosse differenze di carattere economico-culturale:

  • L’ossessione del posto fisso: in Italia sopravvive il retaggio culturale del “posto fisso” e sono poche le persone che – al di là del desiderio – sono disposte realmente a lasciare il posto fisso per una carriera “ignota”. Soprattutto in una età adulta, in cui abbiamo magari la responsabilità di una famiglia.
  • I soldi messi da parte e la propensione al rischio: i fortunati lavoratori che non hanno visto gli stipendi intaccati dalla crisi hanno visto aumentare il conto in banca a causa delle spese forzatamente evitate in pandemia come viaggi o cene fuori. Questa sicurezza finanziaria porta a a fare un cambio di lavoro o di vita in maniera più serena. Combinato alla maggiore propensione al rischio degli americani, li porta ad essere più temerari di noi italiani.
  • I costi delle università: negli Stati Uniti si chi va all’università passa anche metà della sua vita lavorativa a ripagarne i debiti. YOLO sta spingendo molti ragazzi a rinunciare ad addossarsi questa “cambiale” cercando di realizzarsi in qualcosa che sentano vicino ai loro desideri

La YOLO come opportunità

Questa YOLO revolution sta influenzando tutte le età, ma su alcune generazioni ha un effetto maggiore. Come detto i Millenial e la generazione Z, talvolta non ancora nel mercato del lavoro, rivedono le loro priorità cambiando così  il paradigma del lavoro stesso, volgendolo alle loro condizioni.

La generazione subito successiva è la mia, i “quasi adulti“: la generazione di trentenni che ha studiato indefessamente per laurearsi, iniziato a lavorare 10 ore al giorno fino all’anelato posto fisso. Per rendersi poi conto di vivere il sogno dei nostri genitori, non il nostro.
E, vittime dello YOLO, ci ritroviamo su quella linea sottile tra due paure: la paura di abbandonare un porto sicuro e quella di restare, essendo felici a metà per il resto della propria vita.

Sliding Doors

In questo periodo di infinite call dal divano e riunioni sul tavolo della cucina sfido chiunque a negare di aver pensato: 

“ma io, tornassi al periodo dell’università, cosa farei?”

Vi lascio un paio di minuti per pensarci. 

Intanto faccio il primo passo. Allora, a flusso di pensieri (tanto parlare a posteriori è sempre tanto facile!):

sicuramente me la prenderei più con calma.
Non tanto per ridurre il quantitativo d’ansia durato un quinquennio, ma per riuscire ad alzare la testa dai libri e accorgermi di quello che accadeva intorno.
Non avere fretta.
Ma anzi, dopo la laurea si, iniziare a cercare lavoro…ma non riempiendo il tempo ponendomi di crearmi delle competenze. Ma a crearmi conoscenze, network di persone variegate e distanti dal mio ambito.
Lo passerei a viaggiare di più, a lavorare in un bar all’estero mentre mando cv, magari scoprendo con 10 anni di anticipo che il lavoro nobiliterà anche l’uomo, ma non è la nobiltà che ci fa andare avanti.
Frequenterei chiunque, ma proprio chiunque, senza pormi limiti geografici, temporali o chissà cosa. 

E poi mi chiederei se è davvero quella di un dipendente la vita che voglio fare: probabilmente la risposta sarebbe comunque “si” – va bene che uno ha tempo di riflettere, ma 23 anni di convinzioni ragionevolmente non si trasformano in una settimana! -.
Ma sarebbe un “si con la condizionale”: “si”, ma intanto iniziando a lavorare su me stessa, e per me stessa. Osservando ciò che mi accade intorno. Non passando 12 ore al giorno in azienda. Ma leggendo, studiando, incontrando, scambiando opinioni. 

Insomma…quello che faccio oggi, ma con una decina di anni di anticipo!

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Marta Cavaliere

Ingegnere fuori e inseguitrice di farfalle dentro, appassionata di crescita personale, fotografia e viaggi. Credo nell'importanza di conoscere la finanza personale per diventare responsabili del nostro futuro, e nel miglioramento continuo sia personale che professionale. Instancabile procrastinatrice, mi occupo delle sezioni Crescita e Risparmio del blog guidaglinvestimenti.it

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